Genova Analogica | Genova | Photo_2017/2018 | Testo di Luciana Rappo 

Queste fotografie sono quasi tutte state realizzate un anno fa, alla fine del 2017, in occasione di un concorso sull’abitare contemporaneo.

La scelta è caduta su Genova, città a cui l’autore è legato e che frequenta, sul suo tessuto architettonico che racconta moltissimo anche l’umano e il sociale della città.

A un anno di distanza, ancora una volta la città ha vissuto un trauma profondo, forse il più grave della sua storia moderna: il crollo del ponte Morandi nell’agosto scorso. Di nuovo Genova deve dare sutura a una grave ferita, non avendo ancora guarito quelle precedenti.

I guai sono arrivati negli anni dalle inondazioni che regolarmente hanno distrutto strade, reso inabitabili interi quartieri, costretto le persone ad andarsene. Quando non ci ha pensato la natura, sono state le crisi economiche ricorrenti a mettere in ginocchio la città. Negli anni ruggenti del boom economico italiano Genova era uno dei vertici del “triangolo” industriale, con Milano e Torino. Il porto, le grandi fabbriche, hanno portato alla un certo fervore di benessere e ascesa, tutto è accaduto in modo piuttosto disordinato e la città è cresciuta addosso ai poli industriali e naturalmente al porto. Le infrastrutture hanno permesso migliori collegamenti con il resto d’Italia e con l’Europa. Esempio ne è la sopraelevata, che sovrasta interi quartieri in cui gli abitanti la mattina aprono le finestre affacciandosi direttamente sui piloni in cemento armato. Ora quelle immagini ci sono tristemente famigliari.

Genova ha accolto i cambiamenti che mano a mano ne hanno stravolto il tessuto riuscendo a mantenere una patina di antica bellezza nonostante tutto, certo non grazie a piani urbanistici avveniristici o politiche del territorio illuminate. E’ la forza del suo intreccio abitativo che ancora dà vita e carattere alla città.

Queste immagini raccontano che le ferite sono tutte ancora aperte a ricordare che non c’è forse possibilità di cura o riparazione ma la città offre sé stessa senza veli, ricca di luci e ombre, di contraddizioni e di stridori a volte insopportabili.

L’espansione di Genova ha dovuto tener conto della morfologia del terreno su cui è sorta la città. Le case si sono arrampicate e accumulate le une sulle altre. In centro si ammira la stratificazione dei vari momenti storici, il farsi largo di piazze e piazzette, la valorizzazione di intere strade con palazzi signorili dall’architettura raffinata e sobria. Ma intorno e dentro questo tessuto urbano, le abitazioni più popolari sono una presenza che ancora offre il carattere peculiare di chi guarda Genova (e chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare cit.). Le alte facciate chiare e cadenti, tracciate da finestre tutte uguali, con i panni stesi come non si usa praticamente più, appaiono come custodi di vite, abitudini, attaccamento alla propria storia contro ogni dettame di modernità e confort abitativo.

Genova non è un luogo molto frequentato dalla fotografia, soprattutto i percorsi che portano ai nuovi quartieri residenziali, alle aree adiacenti al porto, quelle che ora soffrono maggiormente la recente tragedia. La città che non è centro storico o direzionale, praticamente la parte più ampia dell’estensione urbana, tutto questo mondo non ha un carattere fotogenico nel senso classico del termine.

Gabriele Basilico ci ha insegnato che in un paesaggio, naturale o urbano, tutto è segno. Il suo occhio di architetto-fotografo ha saputo rendere come nessun altro il volto dei luoghi. Luoghi quasi sempre deserti di umanità, incredibilmente testimoni della vita che in essi si svolge, o che non si svolge più, ma ancora in attesa, brulicanti di messaggi umani, siano macchine posteggiate, insegne pubblicitarie, cartelli stradali, fabbriche non più in funzione.

E’ in questo solco che la ricerca di Mario Frusca si è posta. Cercata con l’occhio analogico della pellicola fotografica, Genova si offre e si racconta senza timore di mostrare le sue rughe e le sue ferite. Il bianco e nero di queste fotografie aiuta a estrarre dalla città il disegno, la precarietà delle geometrie, le offese del tempo sulla materia, la solitudine e l’orgoglio di una costruzione umana che resiste ai tentativi di annullamento.

Genova mostra una pelle cosparsa di segni, cicatrici non più cancellabili, è un’architettura brulicante di segnali opposti come brulicante e segreta al tempo stesso sembra la vita che scorre all’interno delle sue mura.

Genova è una città resistente e resiliente, dove si abita e si vive “nonostante” tutti i colpi che la storia, l’economia, gli scempi e l’incuria degli uomini hanno inferto al suo carattere.

Certo i ponti devono essere ricostruiti, i genovesi devono ricominciare a sperare in un futuro meno faticoso, più legato a un vivere contemporaneo della città. Ma prima ancora deve essere salvaguardata un’anima, un tratto altero, incline alla riservatezza ma accogliente al tempo stesso.

L’obiettivo di Mario Frusca è discreto, non vuole denunciare né svelare troppo ma è basilichianamente analitico, ingloba lo sguardo in una bolla senza tempo.

Queste immagini non hanno la preoccupazione di voler catturare un’attenzione distratta, quella che l’abitudine al digitale può concedere in modo frettoloso e incostante.

Sono visioni analogiche che richiamano a stare, a posare lo sguardo e trovare un paesaggio da fare nostro, in cui rispecchiarsi. Lontano da luoghi comuni estetici e auto-rappresentativi le fotografie in bianco e nero di Mario Frusca sono una quinta aperta su una realtà dolente, fragile, e sublime, di cui farsi carico. Un punto sul cammino verso il futuro della tradizione fotografica italiana